Sistemi Gestione Salute Sicurezza – SGSL e Modello di Organizzazione e Gestione

21 febbraio 2017 | Pubblicato in Sicurezza&Salute | Nessun Commento »

MOG231: orientamenti pratici

Il convegno Giovedì 23 Marzo 2017 ore 13.30 a Pordenone
La brochure qui


Ddl reato di omicidio sul posto di lavoro

20 febbraio 2017 | Pubblicato in Sicurezza&Salute | Nessun Commento »

https://ottantunozerotto.wordpress.com/2017/02/14/reato-di-omicidio-sul-lavoro/


Decreto 231: i limiti alla responsabilità della holding

20 febbraio 2017 | Pubblicato in Sistemi di Gestione 231 | Nessun Commento »

Da: http://www.altalex.com/

Cassazione penale, sez. II, sentenza 09/12/2016 n° 52316

È ammissibile una responsabilità, ai sensi D.Lgs. n. 231 del 2001, della società capogruppo per reati commessi nell’ambito dell’attività delle società da essa controllate a condizione che il soggetto che agisce per conto della holding concorra con il soggetto che commette il reato per conto della persona giuridica controllata e possa ritenersi che la holding abbia ricevuto un concreto vantaggio o perseguito un effettivo interesse a mezzo del reato commesso nell’ambito dell’attività svolta da altra società. E’ quanto emerge dalla sentenza della Seconda Sezione Penale della Corte di Cassazione del 9 dicembre 2016, n. 52316.

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La Cassazione spiega il valore giuridico dell’Accordo 21 dicembre 2011

19 febbraio 2017 | Pubblicato in Sicurezza&Salute | Nessun Commento »

Da: https://www.puntosicuro.it/

Il “livello minimo di affidabilità della formazione”, la “presunzione di adeguatezza e sufficienza, salvo prova contraria” e la “funzione meramente processuale riservata al piano probatorio” dell’Accordo sulla formazione lavoratori. Di Anna Guardavilla.

Una recentissima sentenza della Cassazione Penale (Sez.III, 27 gennaio 2017 n.3898),che si segnala per il suo interesse, si è espressa sul valore giuridico e sulla funzione dell’Accordo Stato-Regioni 21 dicembre 2011 in materia di formazione dei lavoratori e più in generale sul valore e sulla funzione di questo tipo di Accordi e di Intese.

Il caso su cui si pronuncia la Corte in questa sentenza è piuttosto semplice: un datore di lavoro è stato condannato per il reato contravvenzionale – accertato nell’aprile 2012 – di cui all’articolo 37, comma 1, in relazione all’articolo 55, comma 5, lettera c), del D.Lgs.81/08 (mancata erogazione della formazione ai lavoratori).
In particolare, “il teste P., in servizio presso la Asl…, sezione sicurezza ambiente di lavoro, riferiva che in data 14 aprile 2012, all’esito di un sopralluogo effettuato presso i locali della ditta del ricorrente, come da prassi, aveva richiesto l’esibizione della documentazione attestante la formazione dei lavoratori. Tuttavia, in data 23 aprile, solo una parte della documentazione richiesta venne consegnata da un lavoratore, munito di apposita delega.”
Nello specifico, “erano stati consegnati agli ispettori solo i test di ingresso e, solo successivamente, documentazione inconferente con quanto richiesto dall’articolo 37 del decreto legislativo n. 81 del 2008 o comunque corsi di formazione della durata nettamente inferiore a quella richiesta dalla normativa vigente in materia.”

Come si diceva, il caso in sé non presenta particolare complessità. Ben più articolata e complessa è invece la questione normativo-giuridica che, attraverso il primo dei motivi di ricorso sollevati dal datore di lavoro in Cassazione e la articolata “risposta” di quest’ultima, si pone al centro della sentenza: ovvero se l’Accordo Stato-Regioni 21 dicembre 2011 rappresenti o meno una norma (secondaria) extrapenale integratrice della norma primaria penale (art.37 T.U., essendo l’Accordo Stato-Regioni attuativo dell’art.37 comma 2 T.U.), con tutte le conseguenze processuali del caso e le implicazioni legate all’accertamento dell’adempimento formativo che vedremo nel prosieguo.
Più in particolare, secondo il ricorrente tale Accordo – che regolamenta le modalità, la durata e i contenuti minimi della formazione rivolta ai lavoratori – sarebbe da considerarsi un atto “a contenuto normativo” avente “una portata generale ed astratta tale da concorrere a definire la norma penale “in bianco” costituita dal contenuto dell’articolo 37, comma 1”, con la conseguenza pratica – sempre secondo il ricorrente – che “siccome il contenuto di tale accordo deve essere utilizzato per vagliare la condotta che i soggetti obbligati hanno posto od omesso di porre in essere dall’8 gennaio 2012 in poi, in conformità al principio di carattere generale dettato dall’articolo 2 del codice penale, le modalità, i tempi ed i contenuti della formazione sulla sicurezza dei lavoratori individuati dall’accordo Stato-Regioni non potevano essere utilizzati per valutare le condotte anteriori alla sua entrata in vigore, con la conseguenza che il tribunale” avrebbe operato una “applicazione retroattiva del contenuto del richiamato accordo…” (tesi poi bocciata dalla Cassazione).

L’impostazione di questo ricorso fornisce dunque alla Corte l’occasione per una articolata (e in alcuni punti complessa) analisi della normativa primaria e secondaria in materia di formazione e degli intrecci tra le norme che la costituiscono.
Sotto la lente di ingrandimento, nell’analisi della Cassazione, vengono infatti posti l’art.18 c.1 lett.l) T.U., l’art.37 T.U., l’art.55 T.U. (quale norma che sanziona la violazione dell’articolo 37) e più di tutto il valore giuridico dell’Accordo Stato-Regioni 21 dicembre 2011 che è stato emanato in attuazione del secondo comma dell’art.37 D.Lgs.81/08 che – lo ricordiamo – prevede che “la durata, i contenuti minimi e le modalità della formazione di cui al comma 1 sono definiti mediante accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano adottato, previa consultazione delle parti sociali, entro il termine di dodici mesi dall’entrata in vigore del presente decreto legislativo.”

La Cassazione dedica poi anche interessanti passaggi al valore e alla funzione delle Intese e degli Accordi Stato-Regioni in materia di formazione e anche più in generale nel sistema normativo.

Per esigenze di brevità, poiché la sentenza opera una vasta ed esaustiva ricognizione della normativa sulla formazione prendendo in esame nel dettaglio tutte le norme primarie e secondarie su ricordate e i rapporti tra le stesse, focalizziamo qui la nostra attenzione solo sull’aspetto legato al rapporto tra l’art.37 commi 1 e 2 e l’Accordo Stato-Regioni 21 dicembre 2011, che è poi la questione al centro del ricorso, rinviando alla lettura della sentenza integrale l’analisi specifica delle altre norme su richiamate e degli intrecci fra le stesse.

L’Accordo Stato-Regioni 21 dicembre 2011 ha la funzione di “precostituire modelli di formazione uniformi sull’intero territorio nazionale” e “non costituisce un atto normativo extrapenale”

La Corte rigetta il ricorso, affermando che “gli illeciti in materia di inosservanza degli obblighi informativi e formativi nei confronti dei lavoratori non possono rientrare tout court nella categoria delle norme penali in bianco […] e, in secondo luogo, perché l’Accordo, al quale si riferisce l’articolo 37, comma 2, d.lgs. n.81 del 2008, non costituisce un atto normativo extrapenaleintegrativo del precetto.”
Vediamo con quali argomentazioni.

Secondo la Cassazione, “la previsione del secondo comma dell’articolo 37 d.lgs. n. 81 del 2008 non si presta ad essere interpretata come funzionale ad integrare il precetto penale, già da ritenersi pienamente precisato dal primo comma, quanto piuttosto a richiedere che, attraverso l’attuazione del principio di leale collaborazione tra Stato-Regioni e Province autonome, con la collaborazione delle parti sociali (datoriali e sindacali) e quindi con il coinvolgimento di tutte le componenti interessate, fossero determinati gli standard minimi ed uniformi su tutto il territorio nazionale della formazione dei lavoratori e degli altri soggetti qualificati indicati dal d.lgs.n.81 del 2008 ed in ciò risolvendosi, di regola, la natura giuridica degli accordi in sede di conferenza permanente tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, ossia in intese dirette a favorire la cooperazione tra l’attività dello Stato e quella delle Regioni e Province Autonome, costituendo la “sede privilegiata” della negoziazione politica tra le Amministrazioni centrali e il sistema delle autonomie regionali.”

La Corte aggiunge poi che, in una logica di continuità normativa tra il Testo Unico e la normativa precedente, “la ragione di precostituire modelli di formazione, uniformi sull’intero territorio nazionale, fonda sulla medesima ratio che informava l’articolo 22 d.lgs. n. 626 del 1994, il quale perseguiva la medesima finalità attraverso il raggiungimento di intese interministeriali che stabilissero i contenuti minimi della formazione dei lavoratori, tenendo anche conto delle dimensioni e della tipologia delle imprese.”

Ed “infatti, l’art. 22 del decreto legislativo n. 626 del 1994 – oltre a disporre, tra l’altro, che fosse erogata ai lavoratori una formazione sufficiente ed adeguata in materia di sicurezza e di salute e a prevedere che la formazione dovesse essere reiterata e fornita in occasione di eventi particolari – stabiliva che i ministri del lavoro e della previdenza sociale e della sanità, sentita la commissione consultiva permanente, potessero stabilire i contenuti minimi della formazione dei lavoratori, tenendo anche conto delle dimensioni e della tipologia delle imprese. Fu varato quindi il decreto ministeriale 16 gennaio 1997 che individuava i contenuti minimi della formazione dei lavoratori, prevedendo (articolo 4) che fosse rilasciata l’attestazione dell’avvenuta formazione con onere di conservazione della stessa da parte del datore di lavoro.”

Dunque, conclude la Corte sul punto, “allo stesso modo, l’articolo 37 – dopo aver tipizzato, al comma 1, il fatto di reato con le note descrittive che valgono a precisarlo, consistendo la condotta vietata nel non assicurare che ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza, anche rispetto alle conoscenze linguistiche, con particolare riferimento ai concetti di rischio, danno, prevenzione, protezione, organizzazione della prevenzione aziendale, diritti doveri dei vari soggetti aziendali, organi di vigilanza, controllo, assistenza nonché con riferimento a rischi riferiti alle mansioni e ai possibili danni e alle conseguenti misure e procedure di prevenzione e protezione caratteristici del settore o comparto di appartenenza dell’azienda – ha previsto che la durata, i contenuti minimi e le modalità della formazione siano definiti mediante accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano da adottare, previa consultazione delle parti sociali, entro il termine di dodici mesi dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 81 del 2008.”

La funzione dell’Accordo Stato-Regioni 21 dicembre 2011 è una “funzione meramente processuale riservata al piano probatorio”, fermo restando il principio di effettività. La “presunzione di adeguatezza e sufficienza, salvo prova contraria”

Fatta tale premessa, la Corte sottolinea in un passaggio molto importante della pronuncia che “la funzione di tali “intese” è dunque quella di assicurare un livello minimo di affidabilità della formazione in maniera da salvaguardare in concreto la sicurezza nei luoghi di lavoro con una presunzione di adeguatezza e sufficienza dell’offerta formativa in tal modo garantita, cosicché il datore di lavoro che avesse impartito una formazione secondo le linee tracciate dal decreto ministeriale, prima, e dall’accordo, poi, può ritenersi esonerato, salvo prova contraria, da qualsiasi responsabilità al riguardo.”

In tal senso, prosegue la Cassazione, “l’Accordo, di cui al secondo comma dell’art.37, svolge pertanto una funzione meramente processuale riservata al piano probatorio, fermo restando che, in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, non rileva la mera ottemperanza di obblighi formali, incombendo sui titolari di una posizione di garanzia a tutela dell’incolumità dei lavoratori di impedire, purché il garante abbia i necessari poteri d’intervento, qualsiasi evento lesivo in concreto verificatosi, in quanto gli obblighi informativi e formativi non si esauriscono nell’informazione e nell’addestramento, in merito ai rischi derivanti dalle mansioni esercitate dal lavoratore, venendo così detti obblighi relegati ad una fase meramente statica del rapporto di lavoro, ma implicano che si tenga conto, per espressa previsione normativa, della fase dinamica del rapporto e perciò anche dei rischi derivanti dalla diretta esecuzione delle operazioni di lavoro.”

La norma primaria sanzionata (art.37 in comb.disp. art.55) e il grado di determinatezza dei concetti di “sufficienza e adeguatezza” della formazione

Dunque è convincimento della Cassazione che la “tesi pronosticata dal ricorrente, secondo la quale l’Accordo fungerebbe da normativa (secondaria) extrapenale integratrice del precetto tale da sterilizzare il precetto stesso sino alla entrata in vigore della stipulazione, sia ampiamente smentita dall’Accordo stesso che, all’allegato A punto 10 che detta le norme transitorie, precisa che “In fase di prima applicazione, non sono tenuti a frequentare i corsi di formazione di cui ai punti 4, 5 e 6 i lavoratori, i dirigenti e i preposti che abbiano frequentato – entro e non oltre dodici mesi dalla entrata in vigore del presente accordo – corsi di formazione formalmente e documentalmente approvati alla data di entrata in vigore dei presente accordo, rispettosi delle previsioni normative e delle indicazioni previste nei contratti collettivi di lavoro per quanto riguarda durata, contenuti e modalità di svolgimento dei corsi”.

Secondo la Corte “ciò, da un lato, conferma la preesistenza di una disciplina sostanzialmente sovrapponibile nella ratio a quella varata con il secondo comma dell’art.37 ma soprattutto rende chiara, dall’altro, l’autosufficienza del precetto penale in materia di repressione dell’inosservanza degli obblighi informativi e formativi rispetto a fonti extrapenali (peraltro di dubbia valenza normativa), con la conseguenza che la norma penale precettiva non aveva e non ha alcuna necessità di essere ab externo [dall’esterno, n.d.r.] integrata, risolvendosi sul piano probatorio la questione dell’adeguatezza e sufficienza o meno degli obblighi informativi e formativi impartiti.”

Chiudiamo questa analisi con un passaggio della sentenza che risulta centrale e che ha ad oggetto la valutazione da parte della Corte del livello di determinatezza (tenendo conto che si parla di una norma penale) dei concetti di “sufficienza” e “adeguatezza” utilizzati dall’art. 37 del D.Lgs.81/08 e il rapporto che tutto ciò ha con l’Accordo Stato-Regioni 21 dicembre 2011.
La sentenza precisa che “certo la Corte non ignora alcune criticheche, sotto il profilo della precisione e determinatezzadella fattispecie, sono state mosse nei confronti della formulazione della norma incriminatrice, laddove sono utilizzati i segni linguistici della sufficienza e dell’adeguatezza.
Tuttavia le note descrittive dell’illecito non si risolvono nei soli concetti di adeguatezza e/o sufficienza dell’informazione o della formazione ma tanto la prima (informazione che deve essere adeguata) quanto la seconda (formazione che deve essere adeguata e sufficiente) sono parametrate rispetto a una serie di indici precisi e dettagliatamente descritti, di settori, di eventi pericolosi, di rischi derivanti dall’espletamento dell’attività lavorativa da parte del lavoratore stesso o di altri lavoratori in maniera che, essendo l’apparato normativo finalizzato a prevenire gli infortuni nell’espletamento del lavoro, la legge penale consente di distinguere chiaramente la sfera del lecito da quella dell’illecito, ponendo un’indicazione normativa che, attraverso l’impiego di termini intellegibili e precisi, consente di orientare la condotta dei destinatari, descrivendo fatti che sono suscettibili di essere provati ed accertati nel processo attraverso i criteri messi a disposizione dalla scienza e dalle regole di esperienza, essendo tale ultimo aspetto facilitato dalla formulazione di Accordi istituzionalifinalizzati a realizzare linee guida da seguire quanto a durata, contenuti minimi e modalità della formazione, la cui esatta osservanza rende, sulla base di una presunzione iuris tantum[presunzione legale che ammette una prova contraria, n.d.r.], conforme a diritto l’offerta e l’obbligo formativo a carico del datore di lavoro.”

Anna Guardavilla
Dottore in Giurisprudenza specializzata nelle tematiche normative e giurisprudenziali relative alla salute e sicurezza sul lavoro
Corte di Cassazione Penale – Sez.III – Sentenza n. 3898 del 27 gennaio 2017 – Attenzione alla formazione dei lavoratori. Ricognizione normativa fino ad arrivare all’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 Conferenza Permanente per i Rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province Autonome di Trento e di Bolzano – 21 dicembre 2011 – Accordo tra il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, il Ministro della salute, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano sui corsi di formazione per lo svolgimento diretto da parte del datore di lavoro dei compiti di prevenzione e protezione dai rischi ai sensi dell’articolo 34, commi 2 e 3, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81.


FAQ: uso in sicurezza gru su autocarro

19 febbraio 2017 | Pubblicato in Sicurezza&Salute | Nessun Commento »

Da: https://www.puntosicuro.it/

Alcune delle domande e risposte sull’uso in sicurezza delle gru su autocarro pubblicate dall’ASL Monza Brianza (ATS).

Pubblichiamo alcune delle domande e risposte (FAQ) sull’uso in sicurezza delle gru su autocarro pubblicate dall’ ASL Monza Brianza (ATS).

Sono in possesso di una gru su autocarro, non azionata a mano, avente portata superiore ai 200kg. Tale attrezzatura di lavoro è soggetta alle verifiche periodiche?
Sì. Tale attrezzatura di lavoro, come le autogru, caricatori ed altre attrezzature di lavoro similari, rientra tra le attrezzature di tipo mobile riportate nell’Allegato VII al D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i.

Quali apparecchi di sollevamento, di tipo mobile, rientrano tra quelli che devono essere sottoposti alle verifiche periodiche?
Tra le gru mobili che rientrano nel regime delle verifiche periodiche sono comprese le gru su autocarro, le autogru, i caricatori ed altre attrezzature di lavoro similari, non azionate a mano, aventi portata superiore ai 200 kg. Alla stessa tipologia di attrezzature di lavoro afferiscono anche quelle attrezzature che assumono la funzione di sollevamento a seguito dell’adozione di particolari accessori o attrezzature intercambiabili ,”come il caso di escavatori o carrelli con forche – comunemente denominati muletti – attrezzati con gancio o altri organi di presa e sospensione del carico”. (vedi Apparecchi di sollevamento mobili gru su autocarro – ISTRUZIONI PER LA PRIMA VERIFICA PERIODICA, INAIL 2014, pag. 7).
Sono in possesso di una gru su autocarro, avente portata superiore ai 200kg, non azionata a mano, munita di pinza o polipo. Tale attrezzatura deve essere sottoposta al regime delle verifiche periodiche?
Sì. Gli apparecchi di sollevamento che sono soggetti a verifica periodica, ai sensi dell’art. 71, comma 11, del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i., lo sono indipendentemente dal tipo di organo di presa di cui sono corredati (gancio, pinza, polipo, bilancino, elettromagnete, ecc..). Tali organi di presa non modificano infatti la destinazione d’uso della macchina che rimane classificata nella categoria “apparecchi di sollevamento materiali” (cfr. circolare ISPESL, 7 ottobre 1985, “Omologazione gru su autocarro munite di pinza o polipo”)

Cosa si intende per apparecchio di sollevamento?
La definizione di apparecchio di sollevamento si rileva dalla norma UNI ISO 4306-1 :“apparecchio a funzionamento discontinuo destinato a sollevare e movimentare, nello spazio, carichi sospesi mediante gancio o altri organi di presa”.

Ho acquistato una nuova gru su autocarro fabbricata in attuazione di direttive comunitarie di prodotto (marcata CE). A chi devo inoltrare la comunicazione di “messa in servizio”?
Ai sensi dell’art.11, comma 3, del D.P.R. 24 luglio 1996 n°. 459 (rif. Art. 18 D.Lgs. n. 17/2010), è necessario effettuare la comunicazione di messa in servizio dell’attrezzatura all’Unità Operativa Territoriale dell’INAIL, competente per territorio, che provvede all’assegnazione di una matricola;

Successivamente alla comunicazione di “messa in servizio” devo sottoporre l’apparecchio di sollevamento alla prima delle verifiche periodiche?
Sì. E’ necessario richiedere la prima delle verifiche periodiche (art. 71, comma 11, D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i.) all’Unità Operativa Territoriale dell’INAIL, competente per territorio, secondo le scadenze indicate dall’allegato VIIal citato decreto. Il sopradetto allegato, per le attrezzature di sollevamento, prescrive periodicità variabili in base al settore di impiego delle stesse ed alla loro vetustà, in particolare, per le attrezzature di sollevamento di tipo mobile si riporta di seguito l’estratto dell’allegato VII.
Pertanto, dopo la denuncia di installazione/messa in servizio della macchina è necessario richiedere la prima verifica periodica all’approssimarsi della scadenza della stessa, secondo la frequenza stabilita dall’Allegato VII del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i.
Esempio (1): messa in servizio di una gru su autocarro utilizzata nel settore costruzioni. Trascorso circa un anno da questa data il datore di lavoro, utente dell’apparecchio, richiede la prima delle verifiche periodiche, volta a valutare l’effettivo stato di conservazione e di efficienza ai fini di sicurezza.
Esempio (2): messa in servizio di una gru su autocarro utilizzata esclusivamente nel settore metalmeccanico. Trascorsi circa due anni da questa data il datore di lavoro, utente dell’apparecchio, richiede la prima delle verifiche periodiche, volta a valutare l’effettivo stato di conservazione e di efficienza ai fini di sicurezza.

Cosa si intende per settore di impiego?
La nota prot. 15/VI/0021784 del 11/12/2009 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali definisce le assimilazioni dei settori di impiego, allo scopo di aiutare i datori di lavoro nella definizione della periodicità cui attenersi nei casi in cui non risultasse immediatamente identificabile.
Allo scopo è utile rammentare che “Il settore di impiego, ai fini dell’individuazione della periodicità di verifica degli apparecchi di sollevamento di cui all’allegato VII, non coincide necessariamente con quello individuato dal codice ATECO dell’impresa, bensì dall’effettivo luogo di utilizzo della suddetta attrezzatura, indipendentemente dal tempo di presenza nello stesso”. (cfr. Indicazioni operative e procedurali sull’applicazione del D.Lgs. 09 aprile 2008 n. 81 e s.m.i Regione Lombardia, maggio 2010).

Devo utilizzare una gru su autocarro in un cantiere edile. E’ trascorso un anno dall’ultima verifica periodica di cui all’art. 71, comma 11, D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i. La stessa attrezzatura è rimasta inattiva presso il deposito aziendale per circa 2 mesi. La gru deve essere comunque sottoposta a verifica o il periodo di inattività condiziona la periodicità prevista dall’Allegato VII del citato decreto?
La periodicità delle verifiche periodiche prevista dall’Allegato VII del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i. non è interrotta da periodi di inattività dell’attrezzatura di lavoro (p.es. attrezzature di lavoro impiegate nel settore edile, soggette a smontaggi, deposito e montaggi). Pertanto, se i termini previsti dal suddetto allegato risultassero trascorsi all’atto della riattivazione dell’attrezzatura di lavoro si dovrà richiedere la verifica periodica prima del suo riutilizzo (Min. lavoro, circolare 13 agosto 2012, n. 23)

La prima delle verifiche periodiche può essere affidata direttamente ad un Soggetto abilitato di cui al comma 12 del D.Lgs. n. 81/2008?
No. L’art. 71, comma 11, del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i. dispone che per la prima verifica il datore di lavoro si avvale dell’INAIL, che vi provvede nel termine di quarantacinque giorni dalla richiesta. Una volta decorso inutilmente il termine di quarantacinque giorni sopra indicato, il datore di lavoro può avvalersi, a propria scelta, di altri soggetti privati abilitati.

Sono in possesso di una gru su autocarro provvista di marcatura CE, per la quale ho in precedenza provveduto a comunicare al Dipartimento ISPESL/INAIL la messa in servizio. Devo inoltrare la richiesta di prima verifica periodica ma non sono in possesso del numero di matricola. Cosa devo fare?
Qualora l’INAIL (ex ISPESL) non avesse assegnato o comunicato la matricola dell’attrezzatura al proprietario dell’attrezzatura di lavoro e all’ASL competente per territorio, l’INAIL provvederà a trasmetterla ai suddetti soggetti nel più breve tempo possibile, al fine di consentire una completa redazione dei verbali di verifica e l’immissione nella banca dati (punto 10, Circolare n. 23 del 13 agosto 2012 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali).

Sono in possesso di una gru su autocarro priva di marcatura CE, per la quale ho in precedenza provveduto a comunicare al Dipartimento ISPESL la messa in servizio. A chi devo inoltrare la richiesta di verifica ?
La richiesta deve essere inoltrata all’Unità Operativa Territoriale dell’INAIL, competente per territorio. Infatti, la circolare n. 23 del 13 agosto 2012 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (LINK) ha chiarito che le attrezzature di sollevamento non marcate CE, che non abbiano subito modifiche sostanziali tali da richiedere una nuova marcatura CE, rimangono soggette al previgente regime omologativo, di esclusiva competenza dell’INAIL. Al termine dell’iter omologativo, effettuato in via esclusiva dall’INAIL (ex ISPESL), dette attrezzature saranno sottoposte al regime delle verifiche periodiche successive alla prima.

Sono in possesso di una gru su autocarro priva di marcatura CE, per la quale in precedenza non provveduto a comunicare al Dipartimento ISPESL la messa in servizio. Cosa devo fare?
In questo caso, il datore di lavoro al fine di sottoporre la gru al previgente regime omologativo, di esclusiva competenza dell’INAIL, dovrà produrre al citato ente un “atto certo” attestante tale evenienza, oltre alla documentazione prevista dalla circolare n. 77 del 23 dicembre 1976 del Ministero del Lavoro (cfr. Circolare ISPESL, 22 ottobre 1997, n. 99/1997).
Per atto certo si deve intendere un documento commerciale o fiscale come ad esempio una fattura, un contratto, una bolla di accompagnamento, ecc., ovvero un documento tecnico-amministrativo comprovante l’immissione sul mercato dell’Unione europea o la messa in servizio dell’apparecchio in argomento in data antecedente all’entrata in vigore del D.P.R. n. 459/1996 (cfr. Apparecchi di sollevamento mobili gru su autocarro – ISTRUZIONI PER LA PRIMA VERIFICA PERIODICA, INAIL 2014).

Sono in possesso di una gru su autocarro fabbricata in attuazione di direttive comunitarie di prodotto (marcata CE). A chi devo inoltrare la richiesta di verifica periodica successiva alla prima?
Se l’attrezzatura di lavoro è provvista della “messa in servizio” e di almeno uno dei seguenti documenti:
1) libretto delle verifiche secondo le procedure stabilite dalla Circolare M.I.C.A. n. 162054 del 25.06.1997;
2) verbali di verifiche periodiche antecedenti l’entrata in vigore del DI 11 aprile 2011;
3) verbale di prima verifica periodica eseguito, dall’INAIL o Soggetto Abilitato, dopo l’entrata in vigore del DI 11 aprile 2011.
le verifiche possono essere effettuate, su libera scelta del datore di lavoro, dalle ASL ( modulo richiesta (PDF, 90 kb) o, ove ciò sia previsto con legge regionale, dall’ARPA, o da soggetti pubblici o privati abilitati. In caso contrario, ovvero se non è presente alcuno dei documenti sopra descritti (1,2,3), l’attrezzatura di lavoro deve essere sottoposta alla “Prima verifica” così come disposto dall’art. 71, comma 11, D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i..

Sono in possesso di una gru su autocarro provvista di libretto di collaudo ENPI/ISPESL. A chi devo inoltrare la richiesta di verifica periodica della gru su autocarro?
Ai sensi dell’articolo 71, comma 11, del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i., le verifiche successive alla prima possono essere effettuate, su libera scelta del datore di lavoro, dalle ASL (modulo richiesta) o, ove ciò sia previsto con legge regionale, dall’ARPA, o da soggetti pubblici o privati abilitati.

Sono in possesso di una gru su autocarro messa in servizio da oltre 20 anni. Che documentazione devo esibire nel corso delle verifiche periodiche?
Nel corso delle verifiche periodiche, sulle gru mobili, sulle gru trasferibili e sui ponti sviluppabili su carro ad azionamento motorizzato sono esibite dal datore di lavoro le risultanze delle indagini supplementari effettuate secondo le norme tecniche (punto 3.2.3 Allegato II al DI 11 aprile 2011).
L’indagine supplementare è l’ attività finalizzata ad individuare eventuali vizi, difetti o anomalie, prodottisi nell’utilizzo dell’attrezzatura di lavoro messe in esercizio da oltre 20 anni, nonché a stabilire la vita residua in cui la macchina potrà ancora operare in condizioni di sicurezza con le eventuali relative nuove portate nominali (punto 2, lettera c) Allegato II al DI 11 aprile 2011)

Devo sottoporre la gru su autocarro ad indagine supplementare. Quali sono i contenuti minimi di tale attività?
Il Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali con la circolare n. 18 del 23 maggio 2013 recante “D.I. 11 aprile 2011 concernente la Disciplina delle modalità di effettuazione delle verifiche periodiche di cui all’All. VII del Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81, nonché i criteri per l’abilitazione dei soggetti di cui all’art.71, comma 13, del medesimo decreto legislativo – Chiarimenti”, fornisce indicazioni in merito ai contenuti minimi dell’indagine supplementare.
Inoltre, il G.A.T. – GRUPPO DI APPROFONDIMENTO TECNICO -APPARECCHI DI SOLLEVAMENTO di REGIONE Lombardia ha ulteriormente approfondito l’analisi della suddetta circolare con particolare riferimento alle prove non distruttive.

E’ obbligatorio sottoporre la gru su autocarro ad interventi di controllo (manutenzione) programmata?
Sì. Le gru mobili devono essere sottoposte a interventi di controllo periodici, secondo frequenze stabilite in base alle indicazioni fornite dai fabbricanti, ovvero dalle norme di buona tecnica, o in assenza di queste ultime, desumibili dai codici di buona prassi. Inoltre, le stesse devono essere sottoposte ad interventi di controllo straordinari al fine di garantire il mantenimento di buone condizioni di sicurezza, ogni volta che intervengano eventi eccezionali che possano avere conseguenze pregiudizievoli per la sicurezza delle attrezzature di lavoro, quali riparazioni trasformazioni, incidenti, fenomeni naturali o periodi prolungati di inattività. Gli interventi di controllo devono essere effettuati da persona competente. I risultati dei controlli devono essere riportati per iscritto e, almeno quelli relativi agli ultimi tre anni, devono essere conservati e tenuti a disposizione degli organi di vigilanza. Qualora le attrezzature di lavoro siano usate al di fuori della sede dell’unità produttiva devono essere accompagnate da un documento attestante l’esecuzione dell’ultimo controllo con esito positivo (cfr. art. 71, comma 8, D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i.)

Ho spostato la gru su autocarro in un cantiere distante dalla mia sede operativa. A chi devo inoltrare la richiesta di verifica periodica?
Le comunicazioni di spostamento dell’attrezzatura di lavoro di cui all’Allegato II, punto 5.3.3. del D.M. 11.04.2011 sono funzionali alla richiesta di verifica periodica all’INAIL o all’ASL anche per quanto disposto al punto 5.2.1. dello stesso Allegato. Pertanto, nel caso di spostamento del l’attrezzatura mentre si è in attesa della verifica, sarà cura del datore di lavoro comunicarne lo spostamento al soggetto titolare della funzione presso il quale si è inoltrata la richiesta e, contestualmente, inviare una nuova richiesta al soggetto titolare della funzione competente per territorio ove si andrà ad utilizzare la stessa attrezzatura (Circolare Min. lavoro, circ. 13 agosto 2012, n. 23).
Inoltre, qualora le suddette attrezzature di lavoro siano usate al di fuori della sede dell’unità produttiva devono essere accompagnate da un documento attestante l’esecuzione dell’ultimo controllo con esito positivo (art. 71, comma 8, D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i.).

Nel caso di utilizzo di una gru su autocarro l’operatore deve essere in possesso di una specifica formazione?
Sì. Per questa tipologia di attrezzatura di lavoro, ai sensi dell’art 73, comma 5, del D.Lgs. n. 81/2008 e s.m.i. (cd “Testo Unico sulla sicurezza del lavoro”), è richiesta una specifica abilitazione degli operatori. Le modalità, le ore ed i contenuti della formazione sono regolamentati dall’Accordo Stato Regioni del 22 febbraio 2012.
Il conseguimento della specifica abilitazione è necessario anche nel caso di utilizzo saltuario od occasionale delle attrezzature di lavoro individuate nel citato Accordo.
La specifica abilitazione non è invece necessaria nel caso in cui non si configuri alcuna attività lavorativa connessa all’utilizzo dell’attrezzatura di lavoro. Rientrano tra dette attività le operazioni di semplice spostamento a vuoto dell’attrezzatura di lavoro, la manutenzione ordinaria o straordinaria, ecc.. (punto 2 della Circolare Min. lavoro, circ. 11 marzo 2013, n. 12).

Posso utilizzare la gru per ancorare il dispositivo anticaduta?
Allo scopo l’ISPESL ha fornito un chiarimento (nota ISPESL, 7 luglio 2003). Solitamente, una gru su autocarro non è assimilabile ad un punto fisso di ancoraggio del dispositivo di protezione individuale. Il braccio della gru e l’autocarro sono parte di un “sistema” di arresto della caduta da raccordare ad un punto di ancoraggio sicuro. Pertanto, l’attrezzatura di lavoro, come parte di un DPI destinato a salvaguardare dalle cadute dall’alto, appartenente alla III categoria, è soggetto alle disposizioni del D.Lgs. n. 475/92. In particolare, il costruttore della gru deve fornire idonea documentazione tecnica di costruzione, dichiarazione CE del sistema e apporre la marcatura CE.

Sono in possesso di una gru per autocarro, con carico massimo di utilizzazione inferiore a 1000 kg e priva dei dispositivi previsti al punto 4.2.1.4 (controllo delle sollecitazioni) dell’allegato I al DPR 459/96, per la quale il fabbricante abbia previsto l’utilizzo esclusivamente nel settore posteriore dell’area di rotazione. In tale caso è sufficiente la semplice avvertenza sulla macchina con il divieto di utilizzare la gru nel settore anteriore dell’autocarro, o invece è necessario dotarla di idonei dispositivi che possano limitare la rotazione del braccio?
Per quanto riguarda le gru su autocarro, montate retro cabina, con carico massimo di utilizzazione inferiore a 1000 kg e momento di ribaltamento inferiore a 40000 Nm e pertanto prive dei dispositivi previsti al punto 4.2.1.4 (controllo delle sollecitazioni) dell’allegato I al DPR 459/96, per le quali il fabbricante abbia previsto l’utilizzo esclusivamente nel settore posteriore dell’area di rotazione, l’ISPESL ha fornito un chiarimento (Lett. Circ. 25 marzo 2003, n. Prot. 3176) evidenziando che, sussistendo il rischio di ribaltamento in caso di superamento dell’ampiezza dei movimenti previsti dal fabbricante (rotazione del braccio della gru sulla zona anteriore dell’autocarro), devono essere rispettati gli obblighi previsti al requisito essenziale di sicurezza 4.1.2.6 lettera a) e al riguardo la norma EN 12999, specifica per le gru per autocarro, nella lista dei pericoli significativi, al punto 27.1.3, prende in considerazione proprio il rischio corrispondente al suddetto requisito ed indica, al punto 5.6.6.1, la soluzione idonea per eliminare il rischio stesso prevedendo che ‘i limiti per i movimenti di rotazione … devono essere determinati dalla corsa del cilindro o da arresti idonei’.

Ho sostituito l’autocarro. Cosa devo fare?
In caso di sostituzione dell’autocarro possono presentarsi due casi:
a. nuova immissione sul mercato;
b. modifica rientrante nella manutenzione straordinaria.
mentre nel caso a) sarà necessario verificare la presenza di una nuova dichiarazione di conformità e l’apposizione di una nuova marcatura, nel caso b) sarà sufficiente che l’installatore abbia redatto una dichiarazione di corretta installazione, accompagnata da una dichiarazione di equivalenza delle sollecitazioni necessaria ad attestare che la sostituzione dell’autocarro non ha introdotto nuovi rischi rispetto al primo allestimento (Cfr. circolare del Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato del 10 giugno 1997).

L’allestitore della gru ha installato una seconda stabilizzazione non prevista dal fabbricante. Cosa devo fare?
In questo caso si configura una nuova immissione sul mercato e pertanto sarà necessario che l’allestitore, a seguito dell’adozione della seconda stabilizzazione, provveda a rilasciare una nuova dichiarazione di conformità e ad apporre una nuova marcatura sulla gru (cfr. Apparecchi di sollevamento mobili gru su autocarro – ISTRUZIONI PER LA PRIMA VERIFICA PERIODICA, INAIL 2014).

Fonte: ASL Monza Brianza Ministero del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali – Direzione Generale della Tutela delle Condizioni di Lavoro Divisione VI –Circolare Prot. 15/VI/0021784 del 11 dicembre 2009 – Richiesta pareri in riferimento alle nuove indicazioni dell’allegato VII che prevede che in alcuni settori lavorativi, considerati a maggior rischio, la periodicità delle verifiche debba essere con frequenza annuale. ISPESL, Regione Lombardia – Maggio 2010 – Indicazioni operative e procedurali sull’applicazione del D. Lgs. 9 aprile 2008 n. 81 e s.m.i. relativamente agli aspetti inerenti la sicurezza impiantistica delle macchine e delle attrezzature impiegate nei luoghi di lavoro. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Direzione Generale della tutela delle condizioni di lavoro – Circolare n. 23 del 13 agosto 2012 – D.M. 11 aprile 2011 concernente la “Disciplina delle modalità di effettuazione delle verifiche periodiche di cui all’All. VII del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, nonché i criteri per l’abilitazione dei soggetti di cui all’articolo 71, comma 13, del medesimo decreto legislativo” – Chiarimenti. Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Direzione Generale delle Relazioni Industriali e dei Rapporti di Lavoro, già Direzione Generale della Tutela delle Condizioni di Lavoro, Divisione VI – Circolare n. 18 del 23 maggio 2013 – D.M. 11 aprile 2011 concernente la “Disciplina delle modalità di effettuazione delle verifiche periodiche di cui all’All. VII del Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81, nonché i criteri per l’abilitazione dei soggetti di cui all’art.71, comma 13, del medesimo decreto legislativo” – Chiarimenti. MODULO RICHIESTA VERIFICA PERIODICA DI ATTREZZATURE (PDF, 90 kb)


L’applicazione del DLgs n. 81/2008 al titolare di un’impresa individuale

19 febbraio 2017 | Pubblicato in Sicurezza&Salute | Nessun Commento »

Da: https://www.puntosicuro.it/

Il lavoratore autonomo è tale se presta la sua opera con l’esclusiva applicazione delle proprie energie personali e non anche nel caso in cui, sebbene non dotato di struttura imprenditoriale, adibisca altri soggetti a prestazioni lavorative. Di G.Porreca.

E’ importante questa sentenza della Corte di Cassazione perché prende in esame il caso di infortunio accaduto nell’ambito di una ditta individuale che, non avendo lavoratori alle proprie dipendenze, si era servita della prestazione di un lavoratore esterno ed è importante altresì perché la suprema Corte ha trovato l’occasione per evidenziare quali sono gli elementi in presenza dei quali si caratterizza la figura di un lavoratore autonomo. Il lavoratore autonomo, ha infatti precisato la stessa Corte nella sentenza, è tale se presta la sua opera con l’esclusiva applicazione delle proprie energie personali e non anche nel caso in cui, sebbene non dotato di una struttura imprenditoriale, adibisca alla prestazione lavorativa altri soggetti perché in tal caso assume invece la veste di un datore di lavoro di fatto.
Alla luce di tali considerazioni la stessa Corte di Cassazione, rigettando il ricorso proposto dal titolare di una ditta individuale, che si era dichiarato equiparato ad un lavoratore autonomo, nei cui confronti come è noto le norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro prevedono ben poche e limitate disposizioni di prevenzione, ha confermata la condanna già inflittagli dal Tribunale, che nella circostanza lo aveva qualificato come datore di lavoro, per avere omesso di adottare le necessarie misure di sicurezza contro la caduta dall’alto, quali parapetti o barriere protettive, in mancanza delle quali si è infortunato mortalmente un soggetto che nel cantiere prestava l’attività lavorativa per suo conto.

Il fatto, il ricorso e le decisioni della Corte di Cassazione
Il Tribunale ha condannato il titolare di una ditta individuale alla pena di giustizia avendolo riconosciuto responsabile del reato di cui agli artt. 108 e 159, sub b), del D. Lgs n. 81/2008, per avere omesso di predisporre, in qualità di datore di lavoro, le opere opportune, quali parapetti o barriere protettive, per impedire la caduta nel vuoto di lavoratori addetti al suo cantiere. Il Tribunale aveva rilevato, infatti, che dalla testimonianza di un ispettore del lavoro era emerso che, non avendo l’imputato predisposto le predette misure di sicurezza, un operaio, che stava eseguendo lavori di scavo su di un viottolo a ridosso di una collina, era caduto nel vuoto ed era per tale ragione deceduto.

Il titolare della ditta ha proposto ricorso per cassazione deducendo il fatto che lo stesso, rivestendo la sua impresa la forma di ditta individuale, senza lavoratori dipendenti oltre allo stesso titolare, era da equipararsi, con riferimento alle disposizioni di cui al D. Lgs n. 81 del 2008 a un lavoratore autonomo e, pertanto, era da considerarsi soggetto solamente al rispetto di quanto previsto dagli artt. 21 e 26 del medesimo decreto legislativo e non anche alle prescrizioni previste dalle disposizioni di cui alla contestazione rivoltagli.

Il ricorso è stato dichiarato inammissibile dalla Corte di Cassazione in quanto considerato manifestamente infondato il motivo posto alla sua base. La stessa in particolare ha considerato destituito di fondamento il presupposto sul quale era stata articolata la linea di difesa dell’imputato secondo la quale lo stesso, data la propria struttura imprenditoriale, non era soggetto agli obblighi riportati dalla disposizione legislativa la cui violazione gli era stata contestata.

Infatti, ha fatto osservare la Corte di Cassazione, sebbene corrisponda al vero quanto dedotto in sede di ricorso dall’imputato e cioè che, ai sensi dell’art. 3, comma 11, del D. Lgs. n. 81 del 2008, nei confronti del lavoratore autonomo si applicano solo le disposizioni contenute negli artt. 21 e 26 del citato decreto legislativo, “il principio di cui sopra vale limitatamente alla ipotesi in cui il predetto lavoratore presti la sua opera con la esclusiva applicazione delle proprie energie personali e non anche nel caso in cui il medesimo, sebbene non dotato di una articolata struttura imprenditoriale, adibisca alla prestazione lavorativa altri soggetti, a prescindere dal tipo di rapporto lavorativo in base al quale i medesimi siano stati investiti dei loro compiti”.

Ora, nel caso in esame, ha così concluso la Sez. III, era emerso dalla lettura del capo di imputazione, il cui contenuto non è stato contestato dal ricorrente, che egli, in qualità di datore di lavoro responsabile della sicurezza della propria ditta individuale, aveva omesso le opportune cautele per evitare il verificarsi di incidenti sul lavoro al personale operante nel cantiere né alcun rilievo ha avuto il fatto che l’impresa dell’imputato fosse organizzata in forma di ditta individuale posto che la incontestata sua qualificazione come datore di lavoro di terzi lo obbligava alla predisposizione delle opportune misure per la prevenzione degli infortuni causalmente connessi alla svolgimento della prestazione lavorativa.

A seguito pertanto della inammissibilità del ricorso la suprema Corte, visto l’art. 616 del codice di procedura penale, ha quindi condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000,00 in favore della Cassa delle ammende.

Gerardo Porreca

Corte di Cassazione Penale Sezione III – Sentenza n. 33038 del 28 luglio 2016 (u. p. 4 novembre 2015) – Pres. Franco – Est. Gentili – P.M. Izzo – Ric. C.. – Il lavoratore autonomo è tale se presta la sua opera con l’esclusiva applicazione delle proprie energie personali e non anche nel caso in cui, sebbene non dotato di una struttura imprenditoriale, adibisca alla prestazione lavorativa altri soggetti.


Rischio stress: linee di indirizzo per la consultazione degli RLS

19 febbraio 2017 | Pubblicato in Sicurezza&Salute | Nessun Commento »

Da: https://www.puntosicuro.it/

Un decreto della Regione Lombardia ha approvato le linee di indirizzo sulla consultazione del RLS nella valutazione e gestione del rischio stress in ambiente di lavoro. Cosa significa consultare il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza?

Milano, 16 Feb – Riguardo al rischio stress lavoro correlato verso la fine del 2010 la Commissione consultiva permanente ha proposto un percorso metodologico che rappresenta il livello minimo di attuazione dell’obbligo di valutazione del rischio.Ma l’obbligo di valutazione ha colto impreparate “sia tecnicamente che culturalmente le aziende circa un rischio lavorativo tra i più complessi e multifattoriali” e relativamente al quale “i numerosi strumenti o metodi di indagine esistenti nell’ampia produzione scientifica a disposizione non esauriscono o non sono idonei a dare risposta univoca ed esaustiva alle molteplicità di aspetti che in esso convivono”.

E nella logica di un miglioramento progressivo con riferimento alle indicazioni normative (Dlgs 81/2008 art. 28 bis, Accordo Europeo/Accordo Interconfederale, Indicazioni della Commissione Consultiva in materia di rischio stress), la Regione Lombardia ha elaborato un documento che sottolinea come un “buon percorso” (good-practice) di miglioramento possa essere imperniato in una maggiore partecipazione e coinvolgimento del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza nell’ambito della valutazione aziendale del rischio stress lavoro-correlato.

Infatti in Regione Lombardia con Decreto n. 6298 del 04 luglio 2016 inerente “La consultazione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) nella valutazione del rischio stress lavoro-correlato” – per errore, nella prima versione del decreto si faceva riferimento al “responsabile dei lavoratori per la sicurezza” – è stato approvato il documento “La consultazione del RLS nella Valutazione e Gestione del rischio stress in ambiente di lavoro: perché e come. Informazioni e consigli per una buona partecipazione al processo di valutazione e gestione del rischio stress lavoro-correlato”, allegato al decreto 6298/2016.

Questa nuova Linea di Indirizzo – promossa, redatta e condivisa dal Laboratorio Regionale “Stress lavoro-correlato” – ribadisce alcune indicazioni di miglioramento date dal Documento pubblicato dalla Regione Lombardia con Decreto 10611/2011 “Valutazione del rischio Stress lavoro-correlato – Indicazioni generali esplicative sulla base degli atti normativi integrati” e richiama, in relazione a good-practice valutative, due criteri qualificanti che coinvolgono il ruolo degli RLS/RLST:
– “che il percorso sia imperniato sulla partecipazione effettiva dei lavoratori attraverso un processo di coinvolgimento dei lavoratori e/o dei loro rappresentanti, che devono essere consultati fin dalle fasi iniziali dell’intervento. Per le piccole imprese < 20 dipendenti, ove è ricorrente la figura del RLST tale coinvolgimento potrà realizzarsi, oltre che in sede di riunione periodica secondo le modalità previste dal DLgs 81/08, anche a conclusione della Valutazione Preliminare, condividendone i risultati, le azioni di miglioramento da intraprendere lungo tutto l’arco dei successivi step di monitoraggio;
- la necessità di garantire sempre e comunque la centralità degli attori interni della prevenzione (DL, RSPP, Medico competente, RLS) anche nel caso che il ‘metodo’ venga importato dall’esterno”.

Con il documento approvato si intende dunque “approfondire la tematica del ruolo degli RLS nell’ambito della valutazione aziendale del rischio stress lavoro-correlato” e diffondere “l'adozione di azioni orientate al miglioramento”.
Infatti si sottolinea che la consultazione degli RLS è “spesso un elemento non pienamente valorizzato nei percorsi di valutazione del rischio ed è per questo che si è ritenuto utile tornare a riflettere sulle ragioni e le modalità di attuazione di tale consultazione, ed approfondire i possibili spazi di miglioramento”.

La finalità, anche in relazione a quanto riportato nell’accordo interconfederale 9 giugno 2008, di recepimento dell’accordo quadro europeo del’8 ottobre 2004, è di ‘accrescere la consapevolezza e la comprensione dello stress lavoro-correlato da parte dei datori di lavoro, dei lavoratori e dei loro rappresentanti’ con l’obiettivo di ‘offrire ai datori di lavoro ed ai lavoratori un quadro di riferimento per individuare e prevenire o gestire problemi di stress lavoro-correlato’.

Rimandando ad un futuro approfondimento del giornale sul ruolo degli RSL nel rischio stress, ci soffermiamo oggi sulla risposta ad una domanda apparentemente semplice: cosa significa consultare il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza?

Nelle linee di indirizzo regionali si segnala che se all’interno del D.Lgs. 81/2008 molti articoli trattano della consultazione del RLS, tuttavia “non vengono mai definite le modalità con cui tale consultazione deve avvenire”. In questo senso “consultare” viene “a volte interpretato come documentare o informare, altre volte come co-decidere”.

Tuttavia occorre chiarire che “consultazione non equivale e non significa solamente informare, cioè dare/ricevere notizie, né tanto meno ‘decidere insieme’; infatti il datore di lavoro o dirigente che consulta l’RLS lo fa per raccogliere notizie e informazioni che gli serviranno per poi assumere autonomamente le proprie decisioni e responsabilità”.

Dunque l’attività di consultazione è “espressione di quella collaborazione tra due soggetti: uno che deve decidere (e ha quindi la necessità di cercare e raccogliere tutte quelle conoscenze che gli possono essere utili per prendere la decisione migliore) e l’altro, il cui comportamento orienta/aiuta il primo a prendere le decisioni più razionali ed adeguate dal punto di vista preventivo”. In sostanza consultare “non significa comunicare decisioni già assunte o far firmare verbali di presa visione dei documenti di valutazione; consultare significa ‘fare domande finalizzate ad acquisire notizie e conoscenze al fine di prendere la decisione più affidabile possibile’. Essere consultati significa dare il proprio apporto in qualità di rappresentante dei lavoratori fornendo al datore di lavoro elementi di conoscenza sul vissuto/percepito dai lavoratori”.

In definitiva il coinvolgimento dei lavoratori e/o del RLS è finalizzato, nel rispetto dei reciproci ruoli, “all’acquisizione da parte del datore di lavoro di ulteriori elementi per una più completa ricognizione dei fattori di contenuto e contesto, in quanto fattori oggettivi, ma che comprendono anche il percepito dei lavoratori, rispetto ai dati acquisiti autonomamente dal datore di lavoro medesimo, con la collaborazione dei diversi soggetti aziendali ordinariamente coinvolti nella valutazione”.

E, con riferimento a quanto stabilito dalla Commissione consultiva, trattandosi di fase intermedia, temporalmente e funzionalmente interna al processo di valutazione del rischio stress lavoro-correlato, “il datore di lavoro non potrà adeguatamente concludere il proprio compito di valutazione c.d. preliminare senza aver sentito, su quegli specifici profili, la ‘voce’ dei lavoratori – RLS/RLST”.

Si capisce – conclude la risposta alla domanda sul significato di “consultazione” - perché, “in una valutazione tanto delicata e dai contorni non meccanicistici quale è quella sullo stress lavoro-correlato, è fondamentale poter disporre di quante più informazioni e conoscenze possibili dall’intero ‘sistema lavoro’ che ricomprende l'intero sistema di prevenzione e sicurezza aziendale (DL, RSPP, RLS/RLST e Medico Competente), i lavoratori e l'ambiente di lavoro (strutturale ed organizzativo). Il tutto con lo scopo, se possibile, di rendere espliciti gli interventi organizzativi tesi al miglioramento e al benessere in azienda”.

Regione Lombardia – Decreto n. 6298 del 04 luglio 2016 – La consultazione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) nella valutazione del rischio stress lavoro-correlato.

Ministero del lavoro e delle politiche sociali – Direzione generale della tutela delle condizioni di lavoro – Lettera circolare n. 15 del 18 novembre 2010 – Lettera circolare in ordine alla approvazione delle indicazioni necessarie alla valutazione del rischio stress lavoro-correlato di cui all’articolo 28, comma 1-bis, del Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81, e successive modificazioni e integrazioni.


Aumento dell’età media dei lavoratori e lavori usuranti

19 febbraio 2017 | Pubblicato in Sicurezza&Salute | Nessun Commento »

Da: https://www.puntosicuro.it/

Per quali tipologie di lavoro è previsto l’anticipo pensionistico? Le mansioni particolarmente gravose e condizionanti il benessere psico-fisico. Di Luigi Dal Cason.

Il costante aumento dell’età media della forza lavoro ha imposto il permanere nelle occupazioni anche a persone che hanno svolto durante la loro attività anche o in prevalenza mansioni particolarmente gravose e condizionanti il benessere psico-fisico.

Con la Legge di Bilancio 2017 sono state quindi riviste alcune regole di tutela previdenziale per i cosiddetti LAVORI USURANTI, sia per quelli già previsti dall’art.24 della Legge 214/2011 sia per altri di cui è stata riconosciuta l’incidenza negativa sul benessere fisico e psichico dei lavoratori.

L’azione di queste attività sulla psiche e/o sulle capacità funzionali fisiche dei lavoratori può manifestarsi per condizioni fisiche ed ambientali precarie, per ritmi lavorativi imposti ed uguali a sè stessi nel tempo, per un impegno psico-fisico intenso e continuativo, per gli orari di svolgimento del lavoro ed altresì in tutte le mansioni che potessero comprendere più di una di queste caratteristiche.

L’elenco dei LAVORI USURANTI comprende:
– Lavori in galleria, cava o miniera; tra questi sono inseriti anche gli addetti alle cave di materiale di pietra ed ornamentale
– Lavori di scavo in gallerie, in particolare per gli addetti al fronte di avanzamento con carattere di prevalenza e/o continuità
– Lavori nei cassoni ad aria compressa, per lavori di fondazioni idrauliche nelle costruzioni subacquee
– Lavori svolti dai palombari
– Lavori ad alte temperature, ove le misure di prevenzione e tutela non riescano ad essere esimenti il rischio (fonderie di seconda fusione, addetti a colate manuali, ecc)
– Lavori del vetro cavo (a mano ed a soffio)
– Lavori in spazi ristretti (intercapedini, cisterne, cunicoli, ecc)
– Lavori di asportazione amianto

A questo elenco deve aggiungersi il LAVORO NOTTURNO, purchè NON SALTUARIO, e quindi
– Per almeno 6 ore continuative, dalle 24 alle 5 del mattino, con un minimo di giorni lavorativi/anno compreso tra 64 e 79;
– Per almeno 3 ore tra le 24 e le 5 del mattino per uno o più anni continuativi.

Sono ora considerati USURANTI, e quindi ricompresi nelle maggiori tutele previdenziali,
– Lavori in catena di montaggio per produzione di serie, con misurazione di tempi e metodi ed attività monotona e ripetitiva
– Guida di veicoli trasporto persone, almeno 9 posti, compreso il conducente

Saranno poi considerati LAVORI GRAVOSI, e ricompresi in un anticipo pensionistico (APE) sociale, NON PENALIZZATO ECONOMICAMENTE, anche
-Operai di industrie estrattive e di edilizia
-Conduttori di gru e macchinari mobili per escavazioni edili
-Conciatori di pelli e pellicce
-Conduttori e personale viaggiante ferroviario
-Autisti di trasporti pesanti e camion
-Professioni infermieristiche ed ostetriche ospedaliere con svolgimento a turni
-Addetti alle persone non autosufficienti
-Professori di scuole pre-primarie
-Addetti a facchinaggio
-Addetti, senza qualifiche specifiche, a pulizie
-Operatori ecologici e raccoglitori/smaltitori di rifiuti

Rimandando ai competenti uffici INPS l’esame dei singoli casi, più o meno particolari, i requisiti fondamentali per ottenere la PENSIONE ANTICIPATA, sono:

-Anzianità contributiva di almeno 35 anni
-Avere 61 anni e 7 mesi

Si deve cioè superare la “quota 97,6”,anticipando la quiescenza lavorativa da uno a due anni rispetto alla scadenza naturale.

Altri due requisiti sono poi richiesti:
-Almeno 7 anni negli ultimi dieci di attività lavorativa, compreso l’anno di maturazione dei requisiti, per le pensioni con decorrenza 31/12/2017
-Almeno la metà della vita lavorativa per le pensioni con decorrenza dal 01/01/2018 in poi.

Particolare importanza riveste poi la tutela dei lavoratori portatori di PATOLOGIE INVALIDANTI (es. INPS > 75%) e che rientrano o sono prossimi ai parametri suddetti; in questi casi gli anni di anticipo pensionistico possono aumentare in rapporto al grado di invalidità riconosciuta.

Viviamo in un momento sociale del mondo lavorativo che ha grande difficoltà a procedere con un progressivo ricambio generazionale e con molti lavoratori con carriere risalenti ad anni a bassa tutela dei luoghi di lavoro; questi provvedimenti possono sicuramente rappresentare una valida opportunità di miglioramento delle condizioni dei lavoratori ed una diminuzione delle problematiche legate alle molte limitazioni e prescrizioni che i Medici Competenti devono assegnare e che le aziende, coi loro Servizi di Prevenzione e Protezione, faticano spesso a rispettare per l’attuale contrazione del lavoro e la necessità cogente di una sempre maggiore polivalenza.

Luigi Dal Cason
la news qui


Valutazione rischio chimico, disponibile la nuova tabella dei valori limite

19 febbraio 2017 | Pubblicato in Sicurezza&Salute | Nessun Commento »

Da: http://biblus.acca.it/

Valutazione rischio chimico, pubblicata la direttiva europea sui nuovi valori limite di esposizione professionale ad agenti chimici. In vigore da agosto 2018
L’art. 223 del dlgs 81/2008, stabilisce che il datore di lavoro è tenuto ad effettuare anche la valutazione dei rischi derivanti dalla presenza di agenti chimici pericolosi, prendendo in considerazione i valori limite di esposizione professionale (VLEP).
VLEP, cosa sono
I VLEP rappresentano i valori limite della concentrazione media ponderata nel tempo di un agente chimico nell’aria all’interno della zona di respirazione di un lavoratore in relazione ad un periodo di riferimento specificato.
L’elenco dei valori limite vigente, regolarmente aggiornato, è contenuto nell’allegato XXXVIII al dlgs 81/2008.
La Commissione Europea può, inoltre, proporre valori limite indicativi di esposizione professionale al fine di proteggere i lavoratori dai rischi derivanti dalle sostanze chimiche.
Valutazione rischio chimico e nuovi VLEP, la Direttiva europea 2017/164
È stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea la Direttiva (UE) 2017/164, che definisce il quarto elenco dei valori indicativi di esposizione professionale per 31 agenti chimici, in attuazione della direttiva sugli agenti chimici (98/24/CE).
La direttiva europea dovrà essere recepita in Italia entro il 21 agosto 2018; una volta recepita, tali valori andranno ad integrare i valori limite di esposizione professionale previsti dal dlgs 81/2008 ed essere quindi, laddove previsto, considerati nella valutazione del rischio chimico.
VLEP, la tabella valori limite di esposizione professionale
Per ogni agente chimico riportato in tabella, sono indicate le seguenti caratteristiche:
EINECS, il numero dell’inventario europeo delle sostanze chimiche esistenti a carattere commerciale
CAS, il numero del registro Chemical Abstract Service
il nome dell’agente fisico
i valori limite di esposizione misurato in relazione
ad un periodo di riferimento di otto ore come media ponderata
ad un breve termine, si riferisce in generale ad un periodo di 15 min.
Precedentemente erano stati definiti un primo e un secondo elenco rispettivamente con la Direttiva 2000/39/CE, recepita dal dm 26 febbraio 2004 e con la Direttiva 2006/15/CE, recepita con dm del 4 febbraio 2008.

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Segnaletica di sicurezza luoghi di lavoro, la nuova UNI 7010:2017

19 febbraio 2017 | Pubblicato in Sicurezza&Salute | Nessun Commento »

Da: http://biblus.acca.it/

Segnaletica di sicurezza luoghi di lavoro, ecco i nuovi segnali nella prevenzione infortuni, nella protezione dal fuoco e nelle evacuazioni di emergenza
In base a quanto previsto dal dlgs 81/2008, la segnaletica di sicurezza deve essere presente in tutte le aziende e unità produttive in quanto indica ai lavoratori dove sono i rischi, le attrezzature e le vie di fuga in caso di pericolo.
Il 2 febbraio 2017 è entrata in vigore la nuova norma UNI EN ISO 7010:2017 in materia di segnaletica di sicurezza.
La norma prescrive i nuovi segnali di sicurezza da utilizzare nella prevenzione degli infortuni, nella protezione dal fuoco, nell’informazione sui pericoli e sulle vie di fuga in caso di emergenza.
Si tratta, quindi, di una raccolta di simboli armonizzati riconosciuti universalmente: dai cartelli di divieto, obbligo, pericolo, alla segnaletica d’emergenza e antincendio.
Inoltre, come indicato dall’UNI (Ente Nazionale di Unificazione), la forma e il colore di ogni segnale di sicurezza sono conformi alla ISO 3864-1 e la progettazione dei segni grafici è conforme alla ISO 3864-3.
La norma si applica a tutti i siti in cui le questioni legate alla sicurezza delle persone necessitano di essere poste; non si applica, invece, alla segnaletica impiegata per regolare il traffico stradale, ferroviario, fluviale, marittimo ed aereo.

Clicca qui per info


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