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DVR e Corona Virus

DVR e Corona Virus

Una lettera a cui ispirarsi per rispondere alle richieste strane sul DVR che tenga conto del corona-virus (grazie a Giorgio Gallo – da Napoli)

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Caro cliente

come ti ho anticipato telefonicamente, personalmente è già da qualche giorno che mi giungono richieste in tal senso, ma purtroppo è mio parere che la follia collettiva che si è generata ha anche in qualche modo determinato la pretesa di misure drastiche e ultronee rispetto alla normativa, specificatamente per la sicurezza sul lavoro secondo il novellato D.Lgs.81/08 e s.m.i., tanto che sono intervenute anche associazioni e sindacati, riportando e copiaincollando anche in modo errato indicazioni che invero il legislatore non ha mai richiesto se non per specifiche attività lavorative. La confusione che a mio avviso si fa è considerare tout-court l’esposizione al virus del coronavirus (che previso è una famiglia di virus che determinano le comuni influenze stagionali, sebbene la variante ultima sia una mutazione specifica di cui non esiste ancora vaccino) come rischio professionale a prescindere dal settore e dall’ambito lavorativo, per cui ne conseguirebbe inevitabilmente una revisione del Documento di Valutazione dei Rischi, delle misure preventive e protettive e di quelle a carattere sanitario.

Non è così. Dove sta scritto?

Ovviamente mi duole dover fare riferimento alla normativa, ma tale questione va risolta in punta di diritto, visto che da quanto leggo si palesa una segnalazione da parte del Vs. ODV, che a mio parere commette proprio l’errore di considerare l’esposizione al coronavirus come esposizione professionale. La questione parte da un principio incontrovertibile, e cioè che i rischi che si devono valutare all’interno del DVR sono quelli che rientrano nell’alveo dei rischi professionali e cioè i rischi per la sicurezza sul lavoro a cui è esposto un lavoratore nell’espletamento della sua attività lavorativa nella specifica mansione e all’interno dell’organizzazione aziendale ove il Datore di Lavoro ha disponibilità giuridica anche sulle misure compensative, preventive e protettive che può disporre in base ai propri poteri direzionali. La conferma, se serve, deriva dalle definizioni stesse del D.Lgs.81/08

art.2 comma 1 lett.n) D.Lgs.81/08: «prevenzione»: il complesso delle disposizioni o misure necessarie anche secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e dell’integrità dell’ambiente esterno;

art.2 comma 1 lett.l) D.Lgs.81/08: «servizio di prevenzione e protezione dai rischi»: insieme delle persone, sistemi e mezzi esterni o interni all’azienda finalizzati all’attività di prevenzione e protezione dai rischi professionali per i lavoratori;

Pertanto, ogni qual volta il legislatore fa riferimento al termine “tutti i rischi”, citati per esempio nell’art.28 (valutazione dei rischi) non può che far riferimento ai rischi professionali che siano quindi endogeni all’organizzazione aziendale.

Pertanto, il rischio biologico da coronavirus è da intendersi rischio professionale? La risposta è: dipende dalle attività svolte dai lavoratori.

Certamente è un rischio professionale per chi espleta mansioni specifiche che determinano un incremento dell’entità del rischio rispetto alla popolazione, denominandosi in tal caso “rischio accidentale aggravato”, mentre non è un rischio professionale per tutti gli altri casi. Il primo caso (rischio professionale) riguarda per esempio i laboratori che operano per trovare il vaccino da coronavirus, oppure le strutture sanitarie ed ospedaliere che hanno a che fare con pazienti infetti o potenzialmente infetti, per i quali il Datore di lavoro dovrà aggiornare la valutazione, sebbene nel caso specifico ci sia “poco da valutare” piuttosto “trovare misure compensative di riduzione dell’esposizione” in quanto la valutazione è già stata fatta a livello Ministeriale di OMS e non rientra comunque nelle pertinenze del privato, che invero dovrà adottare misure di riduzione della probabilità non potendo gestire il danno potenziale intrinseco. Il secondo caso (rischio non professionale) riguarda invece tutte le restanti mansioni ove il rischio sia sostanzialmente riconducibile a quello di chiunque altro nella popolazione ove il Datore di Lavoro non deve fare altro che attenersi alle misure stabilite dal Ministero e su cui purtroppo oggi si fa molta confusione ponendoli sullo stesso piano del primo caso.

E non sono solo io consulente a dirlo, ma la normativa del D.Lgs.81/08. Infatti il caso vuole che proprio nella normativa esista un capitolo espressamente dedicato al rischio biologico, il Titolo X il quale, all’art. 271, definisce le norme per la valutazione del rischio.

Art. 266 comma 1 D.Lgs.81/08 (Campo di applicazione): Le norme del presente titolo (agenti biologici) si applicano a tutte le attività lavorative nelle quali vi è rischio di esposizione ad agenti biologici.

Di fatti, come si legge, il particolare capitolo dedicato al rischio biologico riguarda le attività lavorative ove ci sia un rischio da esposizione ad agenti biologici, ove l’attività lavorativa sia quella intesa nel senso espresso sopra, ovvero ove si possa parlare di esposizione professionale, che tenga quindi conto della reale esposizione deliberata ad agenti biologici.

A rafforzare tale concetto, la stessa normativa riporta il successivo art.271 comma 4

art.271 comma 4 D.Lgs.81/08: Nelle attività, quali quelle riportate a titolo esemplificativo nell’Allegato XLIV, che, pur non comportando la deliberata intenzione di operare con agenti biologici, possono implicare il rischio di esposizioni dei lavoratori agli stessi, il datore di lavoro può prescindere dall’applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 273, 274, commi 1 e 2, 275, comma 3, e 279, qualora i risultati della valutazione dimostrano che l’attuazione di tali misure non è necessaria.

L’allegato XLIV esemplificativo, riporta i seguenti casi che rientrano come già detto nelle situazioni di rischio accidentale aggravato, ovvero:
1. Attività in industrie alimentari.
2. Attività nell’agricoltura.
3. Attività nelle quali vi è contatto con gli animali e/o con prodotti di origine animale.
4. Attività nei servizi sanitari, comprese le unità di isolamento e post mortem.
5. Attività nei laboratori clinici, veterinari e diagnostici, esclusi i laboratori di diagnosi microbiologica.
6. Attività impianti di smaltimento rifiuti e di raccolta di rifiuti speciali potenzialmente infetti.
7. Attività negli impianti per la depurazione delle acque di scarico.

L’elenco non è esaustivo, ma chiarisce in modo chiaro quale è l’alveo in cui bisogna ricercare queste condizioni di “rischio accidentale aggravato”, ovvero ove il rischio non sia ritenibile sovrapponibile a quello della popolazione. In sostanza si è espressamente voluto escludere tutte quelle attività per il quale il rischio biologico non è un rischio professionale, ovvero è un rischio del tutto comparabile a quello della popolazione non lavorativa. Ne sono un esempio imprese edili, aziende produttive, logistica, carpenterie, uffici, negozi comuni, ecc. Per queste attività la valutazione del rischio biologico sarebbe equiparabile alla valutazione del rischio chimico a causa per esempio dell’inquinamento atmosferico.

Concludendo: un impiegato o un magazziniere non ha un maggior rischio biologico di ammalarsi della COVID-19 rispetto a quello che avrebbe andando a fare la spesa perché va in azienda o perché si sposta semplicemente nel territorio fuori dai focolai (che per inciso hanno già restrizioni e divieto di accesso, quindi gestiti ab origine) e quindi non è soggetto alle specificazioni del Titolo X del D.Lgs.81/08).

Naturalmente nella piena diligenza del Datore di Lavoro e nel rispetto dell’art.2087 cc, vengono adottate misure generali come già previsto dal Ministero nelle recenti pubblicazioni, tramite l’adozione di cautele dettate dall’autorità ed il dovere di mantenersi aggiornato sulla loro evoluzione. In tal senso, il sottoscritto RSPP ha anche già inviato preliminare comunicazione chiarificatrice delle misure generali che sono quelle previste dal Ministero (circolare 3190 del 03/02/2020).

Le misure del ministero sono:
– lavarsi frequentemente le mani;
– porre attenzione all’igiene delle superfici;
– evitare i contratti stretti e protratti con persone con sintomi simil influenzali;
– adottare ogni ulteriore misura di prevenzione dettata dal datore di lavoro.

Con questo spero di aver chiarito perché la richiesta/nota del Vs. ODV è a mio avviso non applicabile in quanto non congruente con la previsione normativa in parola e quindi spero che la questione possa essere risolta semplicemente tramite questo scambio email.

Resto a disposizione
Tanti Saluti
G.

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